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Il seme: com’è sbocciato un amore

Vicino alla bancarella di Giovanni Musa arrivano e partono tutte le carrozze e i carri pieni di merci e persone, per e da, i paesi vicini a Como e i paesi del lago. Così per lui è facile trasformare il piccolo banco in una sede permanente: un chioschetto in ferro in stile Liberty, che esiste ancora oggi.
I| vecchio Musa si serve all’ingrosso al “Verziere” di Milano.

Lì conosce la famiglia Mazza, originaria anch’essa della zona appenninica, che commercia nel settore delle sementi dal 1700.
Girano per le corti lombarde per portare quei granelli da cui germogliano, con le nuove primavere, gli ortaggi che avrebbero soddisfatto l’antica fame dei poveri.

A tal proposito, si narra che, poiché i componenti della famiglia Mazza giungevano nelle cascine dei proprietari terrieri poco prima di Natale, carichi di fagotti di sementi da vendere e, siccome avevano un aspetto rubicondo e una carnagione bianca e rossa, venivano soprannominati “Bambin”.

È così, girando per le corti, che Giuditta, figlia di Giovanni, conosce Gerardo Mazza e lo sposa. Poco dopo con l’aiuto di Giovanni apriranno il loro negozio.

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L’Enoteca De Toma e il suo rapporto con la città

L’Enoteca De Toma si è sempre distinta per essere al servizio della città in cui è nata, Lodi.
Dai corsi di degustazione al vino guidati dal giornalista-gastronomo Antonio Piccinardi degli anni Ottanta, ai corsi di avvicinamento al vino condotti dai professori del Seminario Veronelli negli anni Novanta e il diploma consegnato da Gino Veronelli in persona.
Per non parlare delle grandi serate di degustazione champagne, organizzate verso la fine di ottobre, per entrare nell’atmosfera natalizia. Serate dove tutta la città era invitata.
E la festa dei “Cento anni” nel 2008?
Fu memorabile, un bel momento di festa per la città in occasione degli 850 della fondazione della città di Lodi: Corso Vittorio Emanuele si è trasformata in una grande enoteca a cielo aperto, ospitando gli stand di 10 tra le più rinomate aziende vinicole italiane che offrivano gratuitamente i loro vini ai cittadini di lodi e dintorni.
E ancora le serate di degustazione per gli appassionati di vino, le feste in piazza, le notti bianche, gli eventi organizzati dalle associazioni di categoria, rendono sempre più stretto il legame di questa enoteca con la città di Lodi.

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Birreria Wührer: dai premi all’albero di maggio

Franz Xavier Wührer arriva a Brescia nel 1829, e subito si fa conoscere come fabbricante e commerciante di birra in alcuni locali della zona in Santa Maria in Calchera e nell’attuale via Trieste, dove pare ci fosse una piccola fabbrica di birra prima, e poi un vero e proprio locale per spillare birra e berla al tavolo.

Nel 1889 fa costruire uno stabilimento birrario in una zona periferica di Brescia, e durante l’Esposizione ottiene un Gran Diploma d’onore per la sua birra che esporta nelle province di Mantova, Cremona, Crema, Lodi e Bergamo, direttamente dai “Premiati stabilimenti a vapore”.

Due anni più tardi anche la Casa Reale piemontese, regala a Wührer un importante riconoscimento: “Sua Maestà il Re Umberto I, volendo dare al Sig. Pietro Wührer fabbricante di birra ed acque gazose nella città di Brescia uno speciale e pubblico contrassegno della sua benevola protezione ci ha ordinato di concedergli la facoltà di includere lo Stemma Reale sulla insegna della sua fabbrica”.

All’Esposizione bresciana al Castello nell’estate del 1904, lo stand di Pietro Wührer, figlio di Xavier, viene definito dalla stampa “grandioso per la notissima birra tipo Monaco e Pilsen che può gareggiare con quella che ci viene di là dalle Alpi”.

La fabbrica della Bornata produceva 4.500 litri di birra al giorno. Aveva un sistema di refrigerazione delle cantine e macchine di produzione del ghiaccio. I motori erano ad alta e bassa tensione con forza pari a 60 cavalli; il tino per l’infusione aveva la capacità di cento ettolitri e una pompa distribuiva il mosto in due grandi caldaie nelle quali il liquido veniva fatto bollire con il luppolo per almeno dodici ore per poi essere mandato al piano superiore per un primo raffreddamento in un vaso di ferro di 25 centimetri di profondità, ma grande 120 metri quadrati di superficie. In quel vaso il liquido poteva evaporare e purgare; in seguito, passando in serpentine immerse in recipienti ripieni di acqua resa incongelabile a 20 gradi sotto zero, veniva posto nei tini allineati in cantina per la fermentazione alla temperatura di 2/3 gradi. Quindi, sempre per mezzo di tubi, la birra fermentata per circa una decina di ore, passava in un filtro di 27 strati di cellulosa per essere definitivamente pulita e acquisire la classica limpidezza. A questo punto, era possibile passare all’imbottigliamento o all’imbarilamento con apposite macchine che toglievano anche l’aria dai contenitori. Le bottiglie erano molto resistenti e con un tappo particolare. Nello stabilimento era presente anche il sistema di pastorizzazione della birra imbottigliata, cosa che permetteva la migliore conservazione della bevanda.
Pietro era riuscito a produrre birra tutto l’anno.

Nel 1916 entra in funzione la malteria capace della lavorazione di diecimila quintali di malto da birra. La malteria serve per ottenere la germinazione dell’orzo, nel caso specifico, o di ogni altro cereale si fosse deciso di adoperare per la produzione della birra.
Nel 1949, il semplice locale di mescita alla Bornata è sostituito da un nuovo locale birreria dove si spilla la birra al momento, e la si beve in piedi, al banco.

Nel 1964 c’è l’inaugurazione ufficiale del nuovo locale birreria, mentre nel 1989 si parte con la riorganizzazione e il potenziamento di questo posto vissuto da molti bresciani come casa propria.

Nel 1993, viene inaugurato il pub irlandese, il primo irish pub, battezzato “Five Star”, in stile autentico, verniciato di verde, con materiali e manodopera irlandesi.

Nel 2001 nasce il borgo Wührer negli spazi che ospitavano lo stabilimento e la Birreria storica rimane operativa.
Dal 2005 nel giardino della Birreria Wührer dove ci sono i platani secolari, c’è una novità: un particolare tipo di albero in cortile, il “Mai Baum”, l’albero di maggio.
Dall’altezza dell’albero posto fuori da una birreria, in Tirolo come in Baviera, si capisce quanto sia importante la birreria stessa e se appartiene ad una catena birraria.

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La fabbrica dei dolci e i suoi premi

La chiamavano così i suoi clienti, “La fabbrica dei dolci”, per via del forno a carbone che si affacciava direttamente in negozio. Un posto che racchiude quasi cento anni di storie di dolci, la Pasticceria Sommariva, l’ha voluta Attilio Colombo col nome di “Pasticceria Confetteria” nel 1919 in pieno periodo di ricrescita, mentre Milano usciva dalla Guerra.

Insieme alla Pasticceria crescono i premi: nel 1981 l’Associazione delle pubbliche relazioni in Europa conferisce a Giorgio Sommariva, pasticcere di seconda generazione, il Diploma Genuinità 1981 ad honorem per le sue doti, non comuni, di artigiano pasticcere.
La Camera di Commercio di Milano, nel 2008, gli conferisce il Diploma con medaglia d’oro Premio Milano Produttiva per 31 anni di lodevole attività distinguendosi per aver valorizzato ed esportato l’artigianalità dei prodotti tipici milanesi e per la qualità degli originali amaretti di Porta Romana.
Quegli amaretti per cui Giorgio, già nel 1976, si era fatto incidere la targhetta “Specialità Amaretti di Sommariva Giorgio e Figli”, quando i figli ancora studiavano per seguire le sue orme.

Gli amaretti di Porta Romana sono ancora una specialità di questa pasticceria nelle mani della terza generazione di pasticceri, una bottega storica dove farsi personalizzare ogni tipo di torta per qualsiasi ricorrenza.
Lo sanno anche quelli di Real Time che li hanno chiamati per il programma il Boss delle torte.

Quando il farmacista era anche un po’ dottore

Il dottor Giorgio Benzi diventa il titolare della farmacia Ponte Seveso nel 1973. Ha studiato Farmacia a Pavia, perché a Milano, sua città natale, non esisteva ancora quella facoltà.
Il praticantato l’aveva fatto col precedente proprietario che l’aveva poi assunto, appena si era iscritto all’albo dei farmacisti.
Sono cambiati i locali, ci sono state un paio di ristrutturazioni, ma è cambiato soprattutto il rapporto con i clienti.

Giorgio Benzi ricorda quando durante il praticantato, i clienti si sedevano a turno su una vecchia poltrona divanetto, per ricevere le indicazioni del farmacista.
“Il farmacista stesso – racconta – provvedeva in alcuni casi ad applicare direttamente sul dente dolorante del cliente, il laudano, che allora non era considerato uno stupefacente”.

Di quei tempi restano il mortaio, il pestello e una piastra con cui si preparano ancora prodotti galenici in pomate, polveri o in soluzione oltre ai ricordi di chi abita vicino alla Stazione Centrale di Milano, dove si trova questa Farmacia.

Passerini Calzature tra le scarpe e la vita associativa

Diventare un imprenditore apprezzato a Melegnano, non è stato facile. Per far quadrare i bilanci familiari, Camillo Passerini fa due lavori: l’artigiano e l’operaio presso l’industria Chimica Saronio. Ha già intuito le potenzialità di via Zuavi, collegamento principale tra il centro città e la stazione ferroviaria, ma solo nel 1955 dopo decenni di sacrifici, coi risparmi messi via, riesce ad aprire il suo negozio.

L’impegno che lui e la moglie Maria ci mettono, viene subito ripagato dall’affetto dei clienti.
Camillo allora si impegna ancora di più e affianca alcuni ortopedici nella creazione di modelli di calzature da offrire ai bambini con problemi di deambulazione.
Si attiva per gli altri, ma anche con gli altri partecipando attivamente alla vita associativa con la “Libera Associazione Commercianti” di Melegnano.

Ottiene molti traguardi: nel 1960, nel 1966 e nel 1970 vince il terzo premio per il Concorso Vetrine Fiera del Perdono; nel 1979 il primo premio per il Concorso Nazionale Premio vetrine bimbo, bimba Kickers.
Nel 1989 Camillo riceve il Diploma d’Onore di Federcalzature per i quarant’anni dedicati al commercio delle calzature e per l’attività sindacale svolta a favore del settore.

Trasmette questa passione al figlio che dal 1977 insieme alla moglie Maria Teresa collabora nell’azienda di famiglia.
Suo è il Diploma con Medaglia d’Oro della Camera di Commercio di Milano e l’idea di dar vita all’Associazione Commercianti Mandamento di Melegnano. Questo cammino sindacale e professionale intrapreso insieme alla moglie gli è valso anche l’attestato di Benemerenza Civica conferitogli dal Sindaco di Melegnano.
Dal 2013 a continuare la tradizione c’è Veronica Zamati, già collaboratrice dell’impresa Passerini.

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I Gattullo, tre generazioni di pasticceri

“Morto l’offelè di Porta Ludovica”

raccontava così il Corriere della Sera della scomparsa di Giuseppe Gattullo nel 1997, il pasticcere che nel 1924 si era trasferito a Milano e aveva aperto, qualche anno più tardi, la sua pasticceria.
A proseguire l’attività ci ha pensato il nipote Domenico.

Domenico arriva a Milano con la nonna paterna, Francesca, durante la guerra. Il viaggio, per via del bombardamento del Po, dura 78 ore: è il 1941.

Compiuti 14 anni Domenico fa l’apprendista alla salumeria gastronomia Galli di via Settembrini e la sera va a scuola per prendere la specializzazione in pasticceria e gastronomia.
Per qualche tempo affianca lo zio, ma intanto fa esperienza: nel 1968 va a Parigi per sei mesi per uno stage da “Che Maxim”, nel 1969 va a Venezia, per tre mesi, da Cipriani.

È con la sua creatività che la pasticceria diventa, tra gli anni Sessanta e Settanta, una vera e propria boutique del gusto: gli habitués arrivano puntuali anche se per farlo devono attraversare tutta la città.
La pasticceria Gattullo propone infatti quello che sarà il suo storico aperitivo, il “Domenichino”: una variante dello spritz, realizzata con bitter, campari, aperol gin e cointreau.

Col tempo la creatività gli è valsa molti premi: il Premio Milano Produttiva, il Diploma con medaglia d’oro, il riconoscimento “Panettone tipico della tradizione artigiana milanese” assegnato dalla Camera di Commercio di Milano, il riconoscimento miglior pasticceria milanese a Golosaria, per esempio.
Ma per dirla tutta la pasticceria è stata anche citata in “Appunti di un venditore di donne” di Faletti e in “Quelli che… Racconti di un grande umorista da non dimenticare” di Beppe Viola!

Domenico continua a occuparsi dell’azienda col figlio Giuseppe, tre generazioni e tante cose buone – come il panettone – simbolo di questo negozio: ogni anno il laboratorio produce 2000 panettoni seguendo la ricetta tradizionale che richiede circa 48 ore. Una generazione di pasticceri, i Gattullo.

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